Presidente padrone, don Pasquale ha lasciato più segni che cicatrici

Un personaggio immaginato ed uno reale: con Pasquale Casillo ha sempre vissuto un suo coinquilino, senza che il “don” ne fosse pienamente consapevole. Al limite, lo sospettava. La sfida è stato il suo pane: nel calcio e nelle imprese.

Re del grano era l’etichetta che lo inorgogliva e sintetizzava la sua principale attività: sfidava colossi come il compaesano Ambrosio, che lui accusava essere protetto dalla politica allora potentissima in Campania, regione che arrivò ad esprimere col Presidente del Consiglio 7 ministri e nelle controparti big di assoluto valore. Re del grano, certo, con navi che solcavano gli oceani con le stive cariche, ma anche imprenditore proprietario di fabbriche di solventi e vernici industriali, cantieri nautici, pastifici, hotel, partecipazioni in istituti bancari e assicurazioni. Erano 72 le aziende quando fu arrestato al culmine della fase ascensionale, primi tempi di Tangentopoli, ed era talmente controcorrente che il Roma di cui era di fatto editore unico dopo la mal riuscita società con Maiello e Colasanto, invocò l’arresto con chiavi gettate dei politici e colletti bianchi finiti nelle grinfie di Borrelli e il suo esercito composto da Di Pietro, Davigo e gli altri famosissimi pm della Procura di Milano.

 Quando fu prelevato a casa, urlò nitido: “è stato Violante, colpa di Violante”. Molti non capirono perché. 

Di quel Roma ero “inviato speciale” ed elemento di punta ma mai cameriere come pure fui ribattezzato da un noto direttore, collaboratore a peso d’oro delle riviste di grandi società. Stipendio senza mance. La sfida era anche contrastare il potere di Antonio Matarrese, patron del Bari, presidente della Figc, il migliore senza dubbio nella storia della federcalcio recente dopo Franchi, più decisionista di Sordillo che pure ebbe il piacere di vincere il mondiale nel 1982. Foggia, il regno calcistico di don Pasquale, e Bari erano troppo nemiche. 

Foggia, il capolavoro calcistico e non solo di Casillo. Quando prelevò la società dauna dalla drammatica gestione Lioce, chiamò a sé competenti che in fretta si integrarono nel resto del gruppo come si autodefiniva il commando a disposizione di Casillo. Nino De Feo trattava con la Russia, Biagio Calenda gestiva banchine e silos, l’avvocato Mauro Finiguerra da Lavello – Potenza – vedeva passare in epoca pre-smartphone carte da ogni parte del mondo, Franco del Mese gestiva i mulini con competenza che manifestava appieno alla Borsa Merci. 

 Quando nelle attività di famiglia subentrò il calcio, ecco la scelta di Peppino Pavone un ex ottimo calciatore occhio lungo per competenza. Volle allenatore Zeman, un autentico maestro. Gli affiancò come dirigente Franco Altamura, che diceva tutte le parole che Zeman pensava senza sillabarle. Pensavano ad un modello: prendo i giovani, li adatto ad un modello di gioco, rivendo e guadagno. Quel Foggia da Mancini a Beppe Signori entusiasmava, fu una squadra che si andava allo stadio sapendo di godere di uno spettacolo, com’era stato nella storia la Honved di Puskas, il Real Madrid di Di Stefano e in tempi recenti il Napoli di Sarri. Casillo aveva intuito e liquidità, doti fondamentali per un imprenditore. Nel calcio arrivò ad avere di fatto tra le mani anche ll Bologna, affidato a Gnudi, la Salernitana (retta da del Mese) e la Sangiuseppese. Oltre a Pavone, operavano ds come Castagnini, Cannella, Lo Schiavo: centralizzati ma autonomi. Una domenica  dopo la gara con la Roma schiaffeggi in sala stampa il corrispondente da Foggia del Corriere dello Sport. Il lunedì mattina riuniva nella centrale del gruppo a Foggia tutti i capi settori e lì la mattina dopo quel fattaccio mi ritrovai: entrai nel suo studio senza alcun timore, sapendo che avrei fatto le domande scomode anche all’editore del giornale per cui lavoravo. Mi anticipò, come sempre faceva quando voleva evitare duetti/duelli: sai perché ho colpito Troisi? Ho sbagliato, certo, ma chiedendo acquisti per la Uefa , zemanlandia eccetera mi chiedono di fare ciò che non posso: illudere la gente. Incaasso tot, mai andrò oltre questa soglia al botteghino giocando allo Zaccheria. Tengo già venduti Signori alla Lazio per 14 miliardi, Baiano alla Fiorentina per 11, Shaliomov e seno all’inter etc. Sono camorrista? Fuori la camorra dal calcio, ha titolato il Corriere dello Sport. E me ne vado. Chiamate Finiguerra disse al telefono interno:  

 L’avvocato col quale avevamo viaggiato per portare con uno dei due aerei privati di Casillo il russo attaccante Kolyvanov da Mosca a Foggia entrò con la chioma fluente e la barba un filo incolta: dite don pasqua’. E lui: chiama Armillotta, Pino sarà l’amministratore unico del Foggia e gestirà il futuro. “Ma Pino è nel Missouri, a saint Louis per la catena di mulini che sapete”. E partisse presto, ribattè Casillo. Il futuro fu nero come risultati e in rosso per i bilanci delle gestioni post Casillo.

Casillo capì presto che anche per lui il tempo delle sfide segnava burrasca. Si racconta che una mattina vide Pomicino che tallonava Andreotti lungo il percorso che portava il Divino Giulio da casa alla Chiesa da sempre frequentata. Avrebbe urlato: scambiate la Chiesa per una lavanderia, ora pensate a chi colpire e poi vi confessate. Una leggenda, chissà. Ma di certo quando Eltsin cappottò Gorbaciov e Casillo perse svariate centinaia di miliardi per commesse di grano il Governo Italiano non mosse un dito. E lui se ne doleva. Poi l’arresto, per un po’ di tempo fu ricoverato a Napoli in una clinica in via Caravaggio e urlava guardando le pareti il nome di chi andava a trovarlo sapendo che avevano piazzato cimici nella sua stanza. 

Proprio per aver parlato di tutto e tutti, aver accusato tutto e tutti molti processi non sono arrivati alla fine: archiviati o scaduti per decorrenza dei termini. Ma dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa uscì assolto quando ormai non era quasi più nessuno. L’intelligentissimo figlio unico Gennarino, quello che esultò bambino in tribuna d’onore a Bari quando Barone mise a segno il gol del Foggia vincente nel derby senza macchia e senza paura, lavora in una multinazionale al Nord e gestisce quanto salvato del patrimonio invero ingente di don Pasquale.

Far parte del gruppo non era protezione ma consapevolezza di rappresentare le sfide di un uomo tanto apparentemente imprevedibile quanto realmente calcolatore e legato ad alcuni principi. Finiguerra a chi andava in Russia o frequentava il calciomercato raccomandava: non vi fate trovare con compagnie sospette, don Pasquale non sopporta. Casa e famiglia, lavoro e Sfide questo il succo di un uomo discusso e discutibile ma comunque legato a valori che ha chiuso tra interviste debordanti e lettere a Mattarella e tutte le autorità chiedendo una Giustizia che ha almeno evitato di essere tardiva. Oggi le belle parole per il Casillo imprenditore e presidente superano largamente quelle per l’uomo travolto da offese quando cadde in disgrazia. E’ il destino ma di certo ha lasciato un segno, più che cicatrici.

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