L’Italia del pallone travolta dal doping tra tragiche morti e veleni finanziari. E non c’entrano i petrodollari quanto la war zone senza limiti tra i Palazzi

Una premessa: la supercoppa non è un torneo ufficialmente riconosciuto dagli organismi calcistici ufficiali ma fu ideato proprio per fare cassa, e non solo quella italiana è itinerante per questo. Il doping è veleno. Uccide le regole della vita. E lo sport è tra i punti più vulnerabili perchè racchiude in se passione e competitività. Alle corte: c’è stato un doping che fa paura per le tragiche morti di molti campioni in giovane età, con studi tutti da verificare ma allarmi suonati dagli stessi… sopravvissuti, ultimi Antonio Conte e l’ex portiere Boranga che peraltro è medico.

 C’è poi il doping finanziario: la questione plusvalenze con finora un solo condannato ha reso felice mezza Italia, perplessa perlomeno l’altra mezza che segue il calcio. Se c’è stato un accordo-truffa tra due parti come mai ne viene condannata una sola? La Juve martire non è ma sicuramente bisogna aspettarsi un seguito. Per ora la scure di Chinè ha colpito col -15 ma c’è sicuramente da temere un peggioramento della situazione man mano che le indagini andranno avanti sui vari filoni d’inchiesta. Per tenere testa a club sempre più ricchi,e in qualche caso anche più furbi, il calcio italiano si è affidato ai cosiddetti maghi della finanza che prima o poi ti lasciano nel pantano. Doping è anche percorrere nuove frontiere e nella mappa del mondo i nuovi ricchi spesso hanno qualche macchia ma per farsi conoscere a dispetto della oleografia devono mettersi in evidenza. Per molti, Napoli è pizza e spaghetti,e magari pistole; Rio de Janeiro favelas, Cristo e perizoma; New York taxi gialli e la statua della libertà insomma c’è chi si mette a discutere di cose neanche mai viste di persona ma basta un clic per essere padroni della tastiera. Nell’ultima settimana in un clima di entusiasmo e perfetta organizzazione c’è stata in evidenza la migrazione in massa di un bel plotone di campioni in Arabia Saudita. A Riyadh è andata in scena la Supercoppa della Liga Spagnola, con il mezzo cappotto del Barcellona al Real Madrid; un 3 a 0 per la verità sorprendente. Poi la Supercoppa Italiana, terza edizione dopo due anni di stop per pandemia che ha fatto seguito a quelle disputate a Gedda prima ed ancora a Riyadh nel 2020 frutto di un accordo tra la Lega serie A e la federazione saudita con possibile rinnovo e poi l’apoteosi per la presentazione di CR7 nuova stella dell’Al Nassr che è il più titolato club asiatico allenato da Rudy Garcia contro il Psg di Messi, Mbappè e compagnia ricoperti dai soldi. Come disse Klopp di fronte alle polemiche sul mondiale in Qatar quando tutto era transitato nel silenzio prima del via, non tocca ai beniamini delle folle operare come caschi blu dell’Onu. Ed è poi andata in archivio una competizione che a protagonisti, spettatori arrivati a Doha da ogni continente così come i giornalisti è parsa perfettamente organizzata. In Arabia Saudita mentre a Gedda prima e a Riyadh poi non si vedevano donne per strada, nei giorni scorsi seppur con prevalenza delle abitudini nei locali e nei caffè o per strada anche fino a tarda sera donne anche sole al tavolo a cena o a bere caffè con dattero d’ordinanza. Certo, i problemi ci sono ma tornando a vicende italiane in un contesto che punta sul linguaggio dello sport per farsi conoscere, la Supercoppa tricolore ha dato modo oltre all’Inter di portare a casa il trofeo di registrare l’ennesima sportellata tra Federcalcio e Lega serie A. Se la vittoria all’Europeo è stato punto up, la doppia mancata qualificazione al mondiale è un down da arrossire. Fatti, non parole. Che mai mancano. Nella settimana della stangata ad Agnelli mentre il fantasma Superlega mai va via, la stangata a Trentalange distratto sul caso D’Onofrio hanno rappresentato l’operazione mani pulite della Figc. Ma, ma: “l’istituzione è l’istituzione, certe cose non le approvo” le parole tra virgolette sono di Antonio Matarrese, unico federale in quanto ex presidente Figc presente a Riyadh ma forse lì nel ruolo di ex presidente della Lega. Assente totalmente la Federcalcio Italiana: Gravina a Londra per il saluto privato a Vialli; nessuna traccia del vicario Calcagno nè del dg Brunelli, Matarrese stringeva le labbra nel classico gesto di chi si fa domande mentre sulle poltrone si vedevano ministri di stati europei, asiatici ed africani; c’erano presidenti di federazioni e naturalmente glorie non vecchie ma ex tra cui i nostri Vieri, Totti, Del Piero, Marcolin, Matri testimonial del calcio amatissimo in Saudi Arabia che negli ultimi anni ha decuplicato le accademie anche per il calcio femminile e giovanile in genere e dopo la vittoria sull’Argentina ha avviato una luna di miele col pallone. Il giorno dopo Gravina, il presidente federale, si è interrogato sul perchè a Riyadh. Casini, presidente di Lega che faceva per tutti gli onori del calcio italiano con De Siervo elegante e sorridente in soprabito spigato, ha rintuzzato: più mortificante non essere stati a Doha. Su Saudi Arabia non la pensava così Gravina quando nel 2019 commentava positivamente la sfida di Gedda e intervenendo a Padova alla presentazione della Divina Commedia plaudiva (www.padovaoggi.it del 23 dicembre 2019) allo stadio disegnato da Bonetto. E di sicuro la Figc investe come relazioni nel mondo arabo del resto la presenza di Valter di Salvo in Qatar testimonia: lì è direttore della Performance and Science della federcalcio del Qatar, ruolo omologo a quello che occupa in Figc come responsabile Area Performance e Ricerca saltando tra i due paesi come un pendolare fa il tragitto casa-ufficio. Certo, in pochi anni le cose possono cambiare ma fin quando il Governo e la Confindustria del pallone in Italia continueranno così all’ormai non più giovane osservatore di politica sportiva riesce difficile immaginare tempi migliori a breve ma neppure a medio e lungo raggio. I presidenti non sono i ricchi scemi come li definiva Onesti e certamente sono presi e molto dagli affari. Del resto in Lega A in pochi anni quasi più commissari che presidenti, litigiosità sfusa e a pacchetti, ma come diceva Tonino Matarrese l’istituzione è l’Istituzione con la maiuscola.        

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