I prigionieri del Covid sono i ragazzi senza sport non Djokovic

Dal “prigioniero” Djokovic al Covid che rende prigionieri i promessi campioni 
Sarebbe bello se un giorno Djokovic facesse la V in orizzontale, battendo il deltoide come fanno i testimonial del vaccino. Lui, che è pluricampione dello smash, è il no vax più tristemente popolare e la rete, il discusso e discutibile tribunale popolare degli umori e dei pareri, si divide. Larga maggioranza per chi condanna la furbata di essersi presentato agli Open senza le carte in regola chieste ad un cittadino normale, infarcendo quotidianamente di bugie le sue argomentazioni, fino a scoprire che mentre era positivo usciva per eventi postando foto, ma c’è anche chi lo vorrebbe simbolo di una campagna che però lui non sostiene. Questo va detto: mai Djokovic si è espresso contro il vaccino, ma di certo il solo aver contratto il Covid non lo esula dall’osservare quanto chiesto. Se non fosse una vicenda tanto simbolica quanto triste, emblematica quanto esemplare il caso Djokovic “finalmente” rispedito a casa dopo bugie e alcuni giorni da “internato speciale” in Australia suggerirebbe la metafora del gambero – che notoriamente cammina all’indietro – più che del canguro che balza comunque in avanti.  In una manciata di giorni il caso ha riservato anche una guerra diplomatica, con il campione della racchetta in isolamento in un hotel non di lusso dell’aeroporto di Melbourne, fino al grido di dolore della madre che ha tuonato: sta con gli immigrati, lo trattano da prigioniero. In effetti il Park Hotel di Melbourne è stato paragonato dai suoi stessi ospiti irregolari ad una prigione ma ogni vicenda ha punti dolorosi di fronte alle irregolarità. L’espressione di Djokovic affacciato al balcone non tradiva nulla, come quando sul campo elabora la strategia vincente mentre vede arrivare la palla-match e studia come rendere inutile ogni tentativo di difesa dell’avversario. C’è chi è prigioniero del Covid ma tranne le cronache locali in pochi guardano ai reclusi del male del secolo. Le storie da citare sono tante, i prigionieri italiani all’estero si sprecano dalle Maldive (usciamo solo dieci minuti al giorno dalla camera poi stiamo nel paradiso in una condizione infernale racconta una coppia di sposini) al Regno Unito dove il tampone positivo ha bloccato tanti al rientro da vacanze o in Britannia solo di passaggio per coincidenza volo. A Terni sono finiti da poco gli urrah per i 4 giovani che dopo essere stati trovati positivi sono stati trasbordati su una nave ancorata a Dubai con malati e in condizioni igienico – sanitarie a dir poco precarie sono finalmente rientrati postando un selfie davanti alla fontana dello Zodiaco in piazza Tacito. Altro tipo di prigionieri, verrebbe da dire alla mamma di Djokovic ma i figli sono davvero piezz e core e allora comprensibile la sua ansia. “Che partita è questa?” Se lo è chiesto Colantuono dopo Salernitana-Lazio coi granata che forse mai avrebbero vinto ma che con 7 titolari col Covid hanno avuto la opportunità di far debuttare Motoc per esempio e inserire altri giovani della Primavera nel gruppo prima squadra dando loro un’opportunità strepitosa. Doveva essere uno stop alle ‘sole’ attività di competenza federale (Centri Territoriali, Rappresentative, incontri formativi…) e invece, in considerazione dell’evolversi della situazione sanitaria, la Figc e il Settore Giovanile Scolastico hanno allargato la sospensione delle attività fino al 30 gennaio per tutti i tornei (regionali o provinciali), le  amichevoli e rimandato a dopo il 30 gennaiotutta una serie di campionati nazionali (dal Femminile all’Under 13 e 14 Pro). E allora i veri prigionieri del Covid sono per la seconda volta in due anni i ragazzi delle classi giovanili i cui campionati sono stati fermati e nel pieno di una fase di crescita si ritrovano prigionieri dei loro campi, dei loro attrezzi, delle loro speranze, dei loro sogni.  

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