Nicchi non è mafioso ma il Var riapre la lotta tra due Torquemada

E’ un aspetto paradossale ma ormai sempre più insinuante: più aumenta la tecnologia, più aumenta il peso delle decisioni arbitrali. Fattaccio ancora al San Paolo: dopo lo svarione Giacomelli (in cui si arrivò a dire che c’era un fallo di LLorente da punire prima dell’intervento da rigore del difensore dell’Atalana) ecco Milik “zampato” in area senza conseguenze. Neppure un’occhiata al Var. Gli arbitri sono categoria di furbissimi e si direbbe a Napoli cazzimmosi per eccellenza. Non sono mai stati ingenui fessacchiotti neppure quando in cambio di nulla partivano con la borsa nera per indossare la giacchetta nera. Nel tempo sono stati bravi a costruire un mestiere. Il che in tempi di esasperato business e professionismo non è un male, sia ben chiaro. Nulla di satanico. Anzi, giusto sino pagati. E anche molto bene. Fa meno specie di arbitri che vendevano poltroncine per gli stadi, indumenti sportivi, polizze assicuative. Il primo ad avviare il ciclo del giudice remunerato fu Paolo Casarin, che aveva il piglio del condottiero e riusciva a dare l’idea di un gruppo forgiato e stretto da grande amicizia pur sapendo che la rivalità tra primedonne è inguaribile. E prime donne ce n’erano eccome: Collina, Baldas, Pairetto, Cesari, che avevano raccolto l’eredità di D’Elia e lo stesso Casarin e dell’indimenticato Agnolin. Nicchi è della classe di mezzo. Ma una volta il clan Casarin, mentre il signorile presidente Aia Lombardo annaspava tra sicula eleganza e diplomatica osservanza al ruolo, la fece fuori dal vaso. Per un raduno a Coverciano in cui si discuteva di rimborsi spese e indennità, quando l’allora presidente Figc Matarrese, che aveva personalità inversamente proporzionale alla statura, entrò si vide accolto da freddezza e occhiatacce. “Quando entra l’istituzione ci si alza in piedi”, tuonò. E richiuse la porta uscendo. Gli bastarono trenta secondi per vedere la ciurma scattare in piedi appena riaprì la porta dell’aula. Altri tempi, certo. Oggi l’arbitro è tale per mestiere. Un arbitro contrattualizzato di serie A guadagna 80.000 euro l’anno, per ogni partita riceve 3800 euro, se sta al Var 1500 euro. Per gli assistenti 1500 a partita, 700 se al VAR. Più ovviamente tutti i rimborsi a pie’ di lista. Var è ormai acronimo di VARIABILITA’ ARBITRALE RICONOSCIUTA. Fatta eccezione per i fuorigioco, il resto è a interpretazione: compreso la consultazione della moviola sul campo. Gli errori sono umani, e tali restano. Tenendo come punto cardinale la buona fede degli arbitri. Requisito che decade quando c’è chi pensa che le statistiche abbiano favorito alcuni club nel conteggio dei casi sospetti ma a favore. 

Al presidente dell’Aia, l’aretino Marcello Nicchi, la curva Fiesole ha dato del mafioso dopo che con slancio ai limiti dell’imprudenza (oltre i limiti per tanti) il massimo rappresentante politico della categoria arbitrale si è dichiarato disgustato a nome di tutti gli arbitri dalle accuse del presidente della Fiorentina dopo il ko casalingo contro la Juventus, laddove per la verità di scandali post non c’è traccia.

Nicchi è uno che ci mette la faccia, sempre. Ma a volte per il ruolo da chioccia che sente di ricoprire dimentica una fondamentale dote che un dirigente deve avere: la diplomazia. Commisso ha fatto da detonatore alla riedizione della sfida tra i due Torquemada della Chiesa arbitrale: Nicchi e Boggi, figli della stessa nidiata arbitrale e da tempo su sponde opposte.

 

Nicchi è Tomas de torquemada, frate domenicano e priore del convento “Santa Cruz” a Segovia. Nell’ottobre 1483 fra Tomás viene nominato dai Re Cattolici Inquisitore Generale, riorganizzò e centralizzò l’Inquisizione spagnola e istituì processi molto rigorosi nei confronti di quegli ebrei convertiti al cattolicesimo (marranos) e poi dedicò lo stesso rigore, ai processi nei confronti dei musulmani convertiti al cattolicesimo (moriscos) che fossero sospetti di falsa conversione.

 

Robert Anthony Boggi è l’altro Torquemada, cioè Juan che entrato tra i Domenicani, si affermò come il più insigne teologo del suo tempo e come difensore del principio di autorità pontificia. Nel 1460 istituì a Roma, presso la chiesa conventuale di Santa Maria sopra Minerva, l’arciconfraternita della SS. Annunziata, al fine di provvedere di dote le fanciulle povere. Dopo aver tentato di sbarrare la strada a Nicchi, giorni fa è tornato alla carica parlando di pericolo Calciopoli con soli 20 arbitri sulla scena e ruotabili tra Var e campo. Nicchi ha reagito affidando la querela all’ufficio legale. Ma almeno si è riaperto un po’ di dibattito su questo sacro ruolo dell’arbitro che va analizzato al di là dei problemi di core e di tifo. Tornando al punto centrale, più passano le giornate e più la crescente presenza della macchina potenzia il ruolo decisionale dell’arbitro, che da una fase di imbambolamento con la gran parte dei direttori di gara senza personalità è passato a quello di inattaccabile decisionista senza regole certe. La protesta del Napoli è stata garbata e civile e questo blog non rappresenta sentimenti ma osservazioni e se permettete qualche anno di esperienza e conoscenza del fenomeno che si sintetizza nell’area “politica sportiva”. A Coverciano fervono i lavori nella Palazzina che lo sguardo incrocia appena imboccato il viale in discesa dopo la sbarra del passo carraio laddove, dove s’affacciava la piscina, ci sarà la mega sala di controllo del Var. Tutti i campi collegati, la speranza è che non diventi un poltronificio per ossequianti signori con un passato in Aia ma di competenti e autorevoli consiglieri di chi sul campo spesso fa dell’attesa una snervante prova di impotenza. E quei bambini che mimavano il rettangolo del televisore sugli spalti del San Paolo la dicono tutta.     

 

 

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